Intervista a Patrizia Salmoiraghi

Ciao! Sono Patrizia Salmoiraghi, attrice e doppiatrice dal 1983. Se vuoi sapere qualcosa su di me, vai sul sito di Antonio Genna alla pagina dei doppiatori.

Una domanda scontata ma necessaria: come ti sei avvicinata al mestiere di doppiatrice?
So che può sembrare banale, ma è sempre stato un sogno fin da bambina. Ho iniziato all’età di 15 anni a lavorare nelle prime radio libere come speaker. Mi divertivo un sacco ma sentivo che non mi bastava. Volevo essere una professionista. E così, mi sono messa a studiare seriamente dizione e recitazione e mi sono avvicinata al doppiaggio gradualmente, facendo anche teatro per affinare la recitazione, ingrediente fondamentale per essere un buon attore/doppiatore.


Dicono che il doppiaggio italiano sia il migliore al mondo, secondo te è vero? E perché?

Non so se è il migliore del mondo, ma di certo i doppiatori italiani mettono l’anima quando interpretano un personaggio. La nostra lingua aiuta molto: è musicale, dolce, impetuosa. Oggi, purtroppo, ai doppiatori viene richiesta la velocità, innanzitutto. E questo non aiuta, perché un po’ di cose si perdono nell’interpretazione ed è un vero peccato. In onda, si vedono sempre più doppiaggi mediocri. Naturalmente, dipende dal tipo di prodotto. Il più delle volte, il doppiaggio è straordinario.

Quanto è importante il “direttore di doppiaggio” ?
E’ fondamentale! Il direttore di doppiaggio è “un regista dietro le quinte” e deve condurre il doppiatore sulla strada giusta. Con onestà (cioè, rispettando l’originale), con passione (elemento importantissimo)ma deve anche avere polso e determinazione, affinché il doppiatore sia il più vicino possibile a quello che è l’originale, per evitare che il doppiatore, appunto, faccia un po’ di testa sua, dimenticando che “sta doppiando” e non inventando.

… e chi segue e adatta il testo ?
Io faccio direzione e adattamento dal 1989. In genere, preferisco adattare io le produzioni che poi dirigo, perché così, non perdo neanche un passaggio e ho il controllo totale del prodotto. Ma mi avvalgo anche di ottimi adattatori che abbiano però un profondo rispetto del lavoro. Un buon adattamento dà spazio a un ottimo doppiaggio. Se il doppiatore ha davanti a sé un testo che deve continuamente correggere, perde di vista quello che è il suo lavoro, si innervosisce e rende di meno. L’adattamento è importantissimo!

Cosa cambia tra doppiare il protagonista di un cartone e un vero attore?
L’impegno del doppiatore non cambia. E’ la tecnica che è diversa. Puoi avere soddisfazione sia doppiando un topo, che Robert De Niro. E’ chiaro che se doppi De Niro, il grosso del lavoro l’ha già fatto lui. Tu devi solo “seguirlo”. Se doppi un topo, segui, come sempre, l’originale, ma puoi anche trovare una tua chiave di interpretazione.

Quanto tempo ti serve per entrare nella psicologia del personaggio , e quali sono i tuoi segreti per farlo nel minor tempo possibile?
Dipende dal personaggio e dal prodotto. Io, non solo per esperienza, ma soprattutto per sensibilità, riesco ad entrarci quasi subito. La cosa importante è “ascoltare” e poi doppiare. Mai provare le battute prima di aver ascoltato l’originale! Questo è il segreto.

Ti è mai capitato (con qualche personaggio) di aver paura di “non venirne fuori”?
Sinceramente no. Posso essere colpita da un personaggio particolare, ma una volta uscita dalla sala, “vado in dissolvenza.”

Il personaggio al quale sei più legata, e perché?
Sono due: il primo è “Lovely Sara”, perché è stata la prima vera protagonista che ho interpretato nel 1985. Un cartone animato molto amato e che ancora oggi molti ricordano. La direzione del doppiaggio era del compianto Enrico Carabelli, mio maestro e mentore. Era la storia di una ragazzina che perdeva suo padre e io, poco dopo, ho perso il mio. C’è una sequenza nel cartone, dove Sara piange perché muore suo padre: quel pianto era vero, perché pensavo al mio di papà che stava morendo. E il secondo è Roxy Shayne, un personaggio che ho interpretato per sei anni nella soap opera “Sentieri”. Ci assomigliavamo molto nel carattere. Esuberante, un po’ pazzerella e innamorata dell’amore.


Che consigli daresti ad un giovane che vuole diventare doppiatore? O meglio cosa fare e cosa evitare accuratamente?

Consiglio di fare una scuola vera di recitazione e dizione e non un corso campato per aria. E’ un lavoro serio e va preso seriamente. E poi… fare teatro! Recitare in teatro è una palestra che tutti coloro che vogliono fare doppiaggio, dovrebbero fare. Io ho cominciato così. E appena posso, lo faccio ancora.

Per finire: cosa ti sarebbe piaciuto fare se non avessi lavorato nel doppiaggio?
Sognavo di fare questo e questo ho fatto. Ma spero di fare tante altre cose. Su alcune mi sto già sperimentando e cioè: scrivere testi per il teatro e per il cinema.

Grazie Patrizia!
Grazie a te.