Intervista a Patrizio Prata

Ciao ragazzi, mi fa molto piacere essere ospite del sito Globe!

Una domanda scontata ma necessaria: come ti sei avvicinato al mestiere di doppiatore?
Se devo dirla tutta, io sono nato doppiatore. E’ come se il doppiaggio si fosse avvicinato a me, piuttosto che il contrario. Questo è il mestiere che fin da bambino volevo fare e che pressoché bambino ho cominciato a fare. Effettivamente ero un bambino insolito. Mi ricordo che da piccolo i miei giocattoli, oltre al Lego, erano radio, microfoni, registratori e tutto quello che aveva a che fare con la voce. Eh sì, le voci mi affascinavano: le voci dei cantanti, le voci nelle pubblicità, le voci della radio, le voci degli attori in televisione o al cinema. Io non volevo fare l’astronauta o il pompiere o il benzinaio; no, io volevo fare “la voce”. Ascoltavo, ripetevo, registravo. Così, incentivato da mamma e papà, che non mi hanno mai impedito o imposto di fare qualcosa, ma solo consigliato e che volevano coltivassi parallelamente allo studio questa mia passione, intorno ai 14 anni ho iniziato a fare quello che tanto volevo: la voce. Studiavo all’istituto d’arte, doppiavo qualche bambino in qualche pubblicità e nei fine settimana lavoricchiavo in una piccola radio privata. Qualche tempo dopo ho cominciato la scuola di teatro e intorno ai 18 anni, il doppiaggio vero e proprio. Dopo le superiori arrivò l’università e parallelamente continuavano i turni di doppiaggio, che diventavano sempre più numerosi e impegnativi. Quando ho capito che forse non mi sarei mai laureato, che la mia strada non era quella dell’architetto e che se mai lo fossi diventato, sarei stato un architetto mediocre, ho mollato il colpo per dedicarmi soltanto al doppiaggio.

Dicono che il doppiaggio italiano sia il migliore al mondo, secondo te è vero? E perché?
E’ verissimo. Non fosse altro perché il doppiaggio è un’invenzione italiana e di conseguenza, noi italiani ci siamo specializzati in questa arte. Pochi lo sanno, ma l’esigenza del doppiaggio vi fu negli anni ’30, quando il regime censurava ciò che era straniero. Molti film non arrivavano in Italia, e i pochi che varcavano la frontiera, venivano privati dell’audio originale. A questi film erano inserite delle didascalie come quelle dei film muti. Ma allora, una parte considerevole della popolazione era analfabeta, non poteva seguire i sottotitoli. Nel 1931, la Metro Goldwing Mayer per evitare che i suoi film non venissero distribuiti in Italia, iniziò a far sovrapporre dei dialoghi italiani agli originali americani. Nel 1932 nacque in Italia il primo stabilimento di doppiaggio. Da allora, si sono formate altre figure professionali legate al mondo del doppiaggio: fonici, traduttori, adattatori e assistenti, che fanno con gli attori/doppiatori, di quello italiano, il miglior doppiaggio al mondo. Questo a detta anche delle grandi major di distribuzione.

Quanto è importante il “direttore di doppiaggio” ?
Il direttore di doppiaggio non è importante, è fondamentale. Il direttore di doppiaggio è come quello d’orchestra: il film è l’opera da suonare e i doppiatori gli strumenti. Tutto deve essere armonizzato e intonato. Non deve esserci niente che stoni all’ascolto. Il direttore deve essere al servizio del regista e i doppiatori degli attori che doppiano. Il direttore deve indirizzare i doppiatori nell’eseguire il doppiaggio nella maniera più fedele possibile all’originale. Io diffido molto dei direttori che ti dicono: “Vedi quello che fa lui? Ecco, non seguirlo!” Oppure: “Senti come la dice questa battuta? Ecco, tu non dirla così!” O peggio ancora, diffido di quei direttori che nemmeno si accorgono di come dicono le battute gli attori che stanno facendo doppiare. Questi direttori per quanto mi riguarda dovrebbero cambiare mestiere. Per me il doppiaggio è il replicare un suono, un’intonazione o un’intenzione nel modo più vicino possibile all’originale. E’ “servire”, non “inventare”.

… e chi segue e adatta il testo ?
Nella buona riuscita di un doppiaggio, fondamentale è anche il lavoro degli adattatori dei dialoghi. L’Italia vanta anche in questo caso, i migliori dialoghisti al mondo. E’ un lavoro difficile e impegnativo, che richiede una buona conoscenza della lingua italiana e l’abilità di riuscire a rendere il senso delle frasi, dovendosi adattare a un movimento labiale già esistente. Perché un buon adattamento sia tale, vanno rispettate delle regole basilari: le consonanti labiali devono coincidere tra originale e italiano, vanno seguiti i movimenti della bocca: ad esempio a una O non può corrispondere una A e i dialoghi devono essere appropriati al prodotto che si sta adattando: ad esempio per un film in costume verrà utilizzato un tipo di dialogo che sarà diverso da quello di un telefilm ambientato nel Bronx o di un cartone animato pre-scolare.

Cosa cambia tra doppiare il protagonista di un cartone e un vero attore?
Cambia il grado di difficoltà. Io trovo molto più difficile doppiare un cartone animato che non un attore in carne e ossa. Il motivo è che il cartone non respira e l’essere umano si. E’ molto più difficile risultare naturali su un cartone animato che non ti da modo di respirare. Quando doppio un umano, seguo i suoi respiri e il gioco è fatto. Se poi l’attore che doppio è pure bravo, allora gli guardo gli occhi e la battuta mi esce naturalmente. Io non devo fare nulla. Faccio quello che l’attore che doppio ha già fatto.

Quanto tempo ti serve per entrare nella psicologia del personaggio , e quali sono i tuoi segreti per farlo nel minor tempo possibile?
Come ti ho detto prima, dopo che il direttore mi ha spiegato di che personaggio si tratta, mi basta guardare gli occhi di chi devo doppiare per diventare lui. Il mio segreto, sono i suoi occhi.

Ti è mai capitato (con qualche personaggio) di aver paura di “non venirne fuori”?
Più che con qualche personaggio, ho avuto paura di “non venirne fuori” con qualche direttore di quelli un po’ fuffa! Di quelli che pretendono cose che non esistono, di quelli che ti dicono di non seguire l’originale, di quelli che ti chiamano per un ruolo comico e te lo fanno fare altamente drammatico o viceversa, di quelli che ti riassumono la trama del film partendo dai fratelli Lumière, di quelli insomma che rendono difficile il semplice con l’inutile.

Il personaggio al quale sei più legato, e perché?
Non ce n’è uno in particolare. Ne ho doppiati talmente tanti che non ti saprei dire. Alla fine amo così tanto questo mestiere, che per me ogni scarraffone è bello a mamma sua! Mi affeziono a tutti i personaggi che doppio. Che siano essi umani o cartoni, buoni o cattivi, biondi o mori…

Che consigli daresti ad un giovane che vuole diventare doppiatore? O meglio cosa fare e cosa evitare accuratamente?
L’unico consiglio che mi sento di dargli è quello di prepararsi al meglio. Non ci si improvvisa doppiatori: l’esserlo è una qualifica dell’essere attori. Bisogna essere quello prima di tutto. Bisogna studiare. Bisogna avere talento.

Per finire: cosa ti sarebbe piaciuto fare se non avessi svolto il mestiere di doppiatore?
Niente. Io volevo solo fare “la voce”.

Grazie Patrizio!
Grazie a voi ragazzi! E’ stato un piacere… Auguro il meglio a tutti voi e alle persone che leggeranno sul vostro sito questa intervista. Vi abbraccio.

Intervista a Patrizia Salmoiraghi

Ciao! Sono Patrizia Salmoiraghi, attrice e doppiatrice dal 1983. Se vuoi sapere qualcosa su di me, vai sul sito di Antonio Genna alla pagina dei doppiatori.

Una domanda scontata ma necessaria: come ti sei avvicinata al mestiere di doppiatrice?
So che può sembrare banale, ma è sempre stato un sogno fin da bambina. Ho iniziato all’età di 15 anni a lavorare nelle prime radio libere come speaker. Mi divertivo un sacco ma sentivo che non mi bastava. Volevo essere una professionista. E così, mi sono messa a studiare seriamente dizione e recitazione e mi sono avvicinata al doppiaggio gradualmente, facendo anche teatro per affinare la recitazione, ingrediente fondamentale per essere un buon attore/doppiatore.


Dicono che il doppiaggio italiano sia il migliore al mondo, secondo te è vero? E perché?

Non so se è il migliore del mondo, ma di certo i doppiatori italiani mettono l’anima quando interpretano un personaggio. La nostra lingua aiuta molto: è musicale, dolce, impetuosa. Oggi, purtroppo, ai doppiatori viene richiesta la velocità, innanzitutto. E questo non aiuta, perché un po’ di cose si perdono nell’interpretazione ed è un vero peccato. In onda, si vedono sempre più doppiaggi mediocri. Naturalmente, dipende dal tipo di prodotto. Il più delle volte, il doppiaggio è straordinario.

Quanto è importante il “direttore di doppiaggio” ?
E’ fondamentale! Il direttore di doppiaggio è “un regista dietro le quinte” e deve condurre il doppiatore sulla strada giusta. Con onestà (cioè, rispettando l’originale), con passione (elemento importantissimo)ma deve anche avere polso e determinazione, affinché il doppiatore sia il più vicino possibile a quello che è l’originale, per evitare che il doppiatore, appunto, faccia un po’ di testa sua, dimenticando che “sta doppiando” e non inventando.

… e chi segue e adatta il testo ?
Io faccio direzione e adattamento dal 1989. In genere, preferisco adattare io le produzioni che poi dirigo, perché così, non perdo neanche un passaggio e ho il controllo totale del prodotto. Ma mi avvalgo anche di ottimi adattatori che abbiano però un profondo rispetto del lavoro. Un buon adattamento dà spazio a un ottimo doppiaggio. Se il doppiatore ha davanti a sé un testo che deve continuamente correggere, perde di vista quello che è il suo lavoro, si innervosisce e rende di meno. L’adattamento è importantissimo!

Cosa cambia tra doppiare il protagonista di un cartone e un vero attore?
L’impegno del doppiatore non cambia. E’ la tecnica che è diversa. Puoi avere soddisfazione sia doppiando un topo, che Robert De Niro. E’ chiaro che se doppi De Niro, il grosso del lavoro l’ha già fatto lui. Tu devi solo “seguirlo”. Se doppi un topo, segui, come sempre, l’originale, ma puoi anche trovare una tua chiave di interpretazione.

Quanto tempo ti serve per entrare nella psicologia del personaggio , e quali sono i tuoi segreti per farlo nel minor tempo possibile?
Dipende dal personaggio e dal prodotto. Io, non solo per esperienza, ma soprattutto per sensibilità, riesco ad entrarci quasi subito. La cosa importante è “ascoltare” e poi doppiare. Mai provare le battute prima di aver ascoltato l’originale! Questo è il segreto.

Ti è mai capitato (con qualche personaggio) di aver paura di “non venirne fuori”?
Sinceramente no. Posso essere colpita da un personaggio particolare, ma una volta uscita dalla sala, “vado in dissolvenza.”

Il personaggio al quale sei più legata, e perché?
Sono due: il primo è “Lovely Sara”, perché è stata la prima vera protagonista che ho interpretato nel 1985. Un cartone animato molto amato e che ancora oggi molti ricordano. La direzione del doppiaggio era del compianto Enrico Carabelli, mio maestro e mentore. Era la storia di una ragazzina che perdeva suo padre e io, poco dopo, ho perso il mio. C’è una sequenza nel cartone, dove Sara piange perché muore suo padre: quel pianto era vero, perché pensavo al mio di papà che stava morendo. E il secondo è Roxy Shayne, un personaggio che ho interpretato per sei anni nella soap opera “Sentieri”. Ci assomigliavamo molto nel carattere. Esuberante, un po’ pazzerella e innamorata dell’amore.


Che consigli daresti ad un giovane che vuole diventare doppiatore? O meglio cosa fare e cosa evitare accuratamente?

Consiglio di fare una scuola vera di recitazione e dizione e non un corso campato per aria. E’ un lavoro serio e va preso seriamente. E poi… fare teatro! Recitare in teatro è una palestra che tutti coloro che vogliono fare doppiaggio, dovrebbero fare. Io ho cominciato così. E appena posso, lo faccio ancora.

Per finire: cosa ti sarebbe piaciuto fare se non avessi lavorato nel doppiaggio?
Sognavo di fare questo e questo ho fatto. Ma spero di fare tante altre cose. Su alcune mi sto già sperimentando e cioè: scrivere testi per il teatro e per il cinema.

Grazie Patrizia!
Grazie a te.